PUNTI DI INTERESSE

CASTELLO DI LERICI

Lerici nel Medioevo era un porto franco senza fortificazioni. I Pisani, sconfitti i Genovesi nella battaglia del Giglio (1241) occuparono il porto e costruirono il primitivo castello e il “borgo pisano”.

Nel 1256 Pisa, sconfitta dai Fiorentini, fu condannata a restituire Lerici, ma rifiutò e una flotta genovese assalì borgo e maniero, che divennero così Genovesi. Con la scoperta della polvere da sparo (1340) le fortificazioni dovettero essere modificate, reincamiciandole. L’entrata da Vico dei Pisani venne spostata lato mare, in un corpo aggiunto. Davanti al castello fu costruito un rivellino di tre piani, opera demolita alla fine del XIX secolo. Fu costruita una battagliola bassa per sparare alle navi.

Il castello di Lerici fu, per secoli, una prigione genovese di massima sicurezza: numerosi furono i prigionieri di rango rinchiusi al suo interno, e numerose le condanne a morte che vennero eseguite al suo interno, soprattutto ai danni di ribelli corsi. Nel castello fu imprigionato anche Francesco I Re di Francia, qui condotto dopo la sconfitta subita a Pavia da parte degli Spagnoli di Carlo V (1525).

Andrea Doria vi si rinchiuse per difendersi dalla flotta francese, che venne a Lerici per farlo prigioniero, quando il grande ammiraglio passò al servizio di Carlo V di Spagna (1528).

Il Petrarca cantò la “snella torre del castello di Lerici”, mentre l’attuale è larga pressoché del doppio della precedente: una curiosità la torre pentagonale che oggi possiamo vende, pregevolmente decorata da archetti pensili bianchi e neri, ne contiene un’altra, più piccola, di origine pisana.

Guardando attentamente i tessuti murari si possono scorgere ancora alcune finestre arciere, la scarpa creata nel lato prospiciente la piazzetta San Giorgio (risalente agli interventi del 1555), la primitiva piccola porta di ingresso, che era munita di ponte levatoio e di domuncola.

All’interno del castello, si trova la Cappella dedicata a Santa Anastasia, una vergine uccisa assieme ad altri giovani cristiani nell’isola di Palmaiola, che si trova nel canale di Piombino, per cui è divenuta patrona di questa città. La cappella, con la sua originaria decorazione bicroma, è uno straordinario esempio di chiesta castrense, decorata in stile gotico-genovese.

E’ stata probabilmente eretta dai Pisani, ma quando i Genovesi riconquistarono il castello la ricostruirono, inserendovi elementi decorativi caratterizzanti, come i due pregevoli rosoni, rappresentanti l’agnello crocifero e l’agnello vessillifero, quest’ultimo completato con la frase latina PLEBS IANI MAGNOS REPRIMENS EST AGNUS IN AGNOS (il popolo di Genova, reprimendo i potenti, è agnello fra gli agnelli, ovvero porta la pace ai popoli vicini). Questa frase si riferisce alla rivoluzione popolare contro la nobiltà di Gugliemo Boccanegra: tutto ciò che fu suo venne distrutto e anche nella cappella è stata applicata la damnatio memoriae, per cui venne intonacata e tale rimase per numerosi secoli. Soltanto nel 1930, un mecenate lericino, il Commendatore Carpanini, nell’eseguire lavori di restauro nel castello, fece emergere questa frase.  Sull’architrave di ingresso della cappella, una lapide in latino riporta una frase in cui il castello, rivolgendosi in prima persona al visitatore, racconta la riconquista genovese del 1256 e i conseguenti interventi per rendere più sicuro il maniero.

Il Castello San Giorgio non si limita ad essere l’edifico storico simbolo del paese: è una sede espositiva che ospita iniziative, mostre e manifestazioni.

Il castello è aperto tutti i giorni (tranne il lunedì, il 25 dicembre e l’1 gennaio)
Orario: dalle 11.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 17.00.

Ingresso gratuito.

CHIESA PARROCCHIALE SAN FRANCESCO

È la seconda chiesa dedicata al santo, perché la prima (sec. XIV), divenne insufficiente per la crescente popolazione del borgo. Una colonna della prima chiesa, demolita nel 1632, è nel sagrato.

La seconda chiesa è stata terminata nel 1636. Sulla fine del XVIII secolo la chiesa venne ampliata con la costruzione del coro.

I luminosi affreschi del soffitto sono opera del pittore spezzino Luigi Agretti, e sono assai recenti (1932). Oltre a Sant’Erasmo, protettore dei marinai, che placa la tempesta, vi è rappresentata la gloria di San Francesco e la narrazione del miracoloso ritrovamento negli scogli della tavola della cosiddetta Madonna di Maralunga, da parte di tre pescatori lericini.

La facciata in marmo è del 1962. I marmi della cappella della “Madonna di Maralunga” risalgono al 1953. Importante il crocifisso del 1300 che si ritiene provenire da Santa Marta, prima chiesa dell’originario borgo medievale, oggi scomparsa.
Pregevoli i quadri secenteschi del Fiasella, il “S. Agostino” (in alto si legge la scritta ‘
Positus in medio quo me vertam nescio’(Posto in mezzo non so da quale parte voltarmi, cioè fra Gesù e Maria) e la “Madonna con bambino e Santi Bernardino e Francesco”, nonché la “Visitazione di Maria a Santa Elisabetta” del genovese Giovanni Carbone, allievo del fiammingo Van Dyck (1647), la “Assunzione della Vergine” di Giovanni Miel (1657), le Sante Lucia, Caterina di Alessandria e Cecilia, con i tradizionali simboli iconografici, di pittore ignoto di scuola toscana (1500), un San Giovanni Battista al Giordano, opera del ligure Domenico Bocciardo. Rilevante la Madonna lignea dello scultore genovese Anton Maria Maragliano.

Straordinario valore artistico e devozionale riveste la cappella dedicata alla Madonna di Maralunga, patrona di Lerici, celebrata il 25 marzo. Secondo la tradizione, la pregevole tavola, la cui iconografia è unica nel suo genere, in quanto raffigura due Madonne con bambino affiancate l’una all’altra, fu rinvenuta miracolosamente da tre pescatori in prossimità del promontorio di Maralunga, nel 1480. In realtà appare ormai certo che l’opera sia stata commissionata: nel quadro si leggono queste parole “Colottus. q. Jacopelli et Petrus Dominicus Muttini T.F.1480”, cioè i cognomi dei tre scopritori e le iniziali di “testes fuerunt”. Successivamente, qualcuno ha dipinto nel quadro, dopo i nomi degli scopritori, il termine invenerunt (cioè trovarono). A seguito di interventi di restauro, è emerso che l’originale strato dipinto portava le lettere “F.F.” cioè “fecerunt facere”. Probabilmente il quadro fu stato commissionato ad un pittore toscano, raccomandando che riprendesse il cartiglio della Madonna Bianca di Porto Venere che recita “Madre Mia ço che te piaxe me contenta purch’el pecatore del mal fare se penta” (secolo XIV), infatti il cartiglio lericino così suona: “Madre mia io son cotento pur che lo pecator si penta”, in un italiano più evoluto (secolo XV). La Madonna con la veste verde ricorda quasi esattamente la Madonna dell’Arena, che, seconda la tradizione fu tirata su nella rete di pescatori santerenzini.

ORATORIO E TORRE SAN ROCCO

La chiesa originaria, costruita extra-moenia, era dedicata ai S.S. Martino e Cristoforo (1287). Nel XVI secolo la peste colpì Lerici. Cessata la pestilenza, tornando a crescere la popolazione, la chiesa fu ingrandita incorporando la torre da guerra a guardia del guado, e fu intitolata a San Rocco (1524). La croce templare peduncolata, rinvenuta nei recenti restauri, conferma la natura militare della torre, oggi divenuta campanile, che, al piano terra, copriva la via lastricata che portava al barbacane, forte di difesa a mare.

La chiesa, attualmente, appare decorata in stile barocco. In un angolo esterno, detto “er canto”, i notai medioevali redigevano i loro atti.

All’interno possiamo ammirare un olio su tela del Casoni, genero del pittore sarzanese Domenico Fiasella, raffigurante la Sacra Famiglia, disposta in mezzo a Sant’Eligio vescovo e a Sant’Antonio abate.

Sull’altare un olio su tavola raffigura i Santi Sebastiano, Rocco, nonché Martino e Cristoforo,  santi cui era originariamente dedicata la chiesa. Attribuito da alcuni storici dell’arte a Teramo Piaggio, il dipinto risale al Cinquecento ed è di pregevole fattura: chiaramente ridimensionato per essere adattato all’altare, probabilmente è la porzione di un’opera più grande.

Nell’altare a sinistra si vede un’opera non comune, dipinta su “ciappa”, cioè la lastra di lavagna, che rappresenta la Vergine e i Santi Andrea e Rocco, di autore ignoto. Pare che la tavola provenga dal convento degli Agostiniani di Maralunga, come pure l’acquasantiera visibile entrando in chiesa, sulla destra.

Osservando le opere murarie si potrà leggere in alto la croce templare del tipo peduncolato (croix fichée) che è stata scoperta nel corso dei recenti lavori di restauro, perché prima aveva subito la damnatio memoriae. Esiste il problema storico di capire come la croce peduncolata, tipica dei Templari, si trovi sul campanile (meglio torre) di San Rocco a Lerici, che, secondo le due lapidi di contenuto opposto murate in facciata, risulterebbe costruito nel 1514 o nel 1515, o con i soldi ricavati dalla vendita degli alberi della ‘bosca comune’ di Camisano o con i soldi del Banco di San Giorgio. Probabilmente sul canale esisteva una precedente torre di difesa, collocata all’esterno della  cerchia muraria del borgo medievale.

PIAZZA MOTTINO E BORGO PISANO

Il nome della piazza deriva da una famiglia di letterati, prelati e ammiragli, giunti anche a capo della flotta pontificia. In antico vi arrivava il mare, colmato con materiali di scavo della “Tagliata”, via creata per raggiungere Maralunga. Vi si accede al Borgo Pisano, voluto da Pisa nel 1241. Ne rimane riconoscibile una torre con la sottostante porta di ingresso, sormontata da arco a sento acuto, allora munita di ponte levatoio, da cui si entrava nel caróbio d’en fóndo (caróbio deriva dal latino quadrivium).

Genova, per conquistare Lerici (1256), dovette distruggerne in parte le mura, poi ricostruite, tanto che Lerici era noto come “paese dalle sette torri”. In questa piazza si fondevano spingarde e cannoni, che, uno per volta, mai nello stesso giorno, venivano imbarcati su brigantini diretti in Corsica, afflitta da profonde ribellioni verso Genova (sec. XV). I Tedeschi fecero saltare una parte del borgo, dando vita al piazzale del molo (1944).

Proprio partendo da Piazza Mottino, è possibile perdersi, piacevolmente, nei vicoli della Lerici più medievale: si dipartono, infatti, salite dalle quali è possibile raggiungere la sommità del promontorio e, quindi, il Castello di Lerici.

Una di queste è Via del Ghetto, così chiamata perché in passato ospitava il ghetto ebraico, racchiuso fra due cancellate oggi scomparse. Una lapide all’ingresso della salita ne ricorda la storia, legata al trasferimento di ebrei sefarditi che raggiunsero Lerici nel XVI secolo per essere impiegati in attività quali la fonditura, la lavorazione dei tessuti, la cantieristica e i commerci. Numerosi cognomi lericini, ancora oggi, testimoniano un’origine ebraica, sebbene sia avvenuta, nel corso dei secoli, una progressiva integrazione con la popolazione locale. Dopo il ritrovamento di una Torah, murata nelle pareti della casa al civico n. 1 di Via del Ghetto, si è ipotizzato che qui si trovasse la sinagoga.

CA'DORIA E LA CARPANETA

La via che dalla piazza di Lerici porta verso la collina, e raggiunge Serra e Tellaro, anticamente era detta “Carpaneta”. L’etimologia del toponimo è dovuta alla presenza dei carpini. Durante i secoli XV e XVI vi sorsero abitazioni e una di queste divenne la dimora estiva dell’almiranteAndrea Doria, che proprio qui prese la decisione di passare dal servizio di Francia al servizio di Spagna. Lo ricorda una lapide così scolpita: <D.O.M AND. AB AURIA HUIUS DOMUS HOSP. HIC EX GALLO FACTUS HISPANUS A MDXXVIII>.

Il Doria aveva scelto questa casa perché, passando dal giardino, avrebbe potuto facilmente raggiungere il castello. Così fece quando la flotta francese venne a Lerici per farlo prigioniero, dopo il rifiuto a continuare a servire Francesco I. Le navi francesi non spararono però nessun colpo, perché l’alzo dei cannoni era insufficiente per colpire il castello. La storia dell’Europa mutò corso.

Prima di essere un principe del mare, Andrea Doria era un capitano delle truppe genovesi, duro e spietato, tanto da aver avuto dal governo genovese l’ordine di ridurre al silenzio i ribelli corsi, perché la guerra di Corsica era troppo costosa.

Per inviare e rifornire le truppe genovesi nell’isola, Genova utilizzava la base di Lerici come ‘porto di velocità’, perché la distanza fra Lerici e Capo Corso inferiore a quella fra quest’ultimo e Genova.

È forse per questo che Andrea Doria, frequentando Lerici, vi acquistò una casa con giardino nella Via Carpaneta, che portava sui colli e verso le frazioni di Tellaro e della Serra, nonché verso Maralunga.

 

CHIESA DI SANTA MARTA

È la primitiva chiesa del Borgo Pisano (1241), ma ve ne fu una più antica, dedicata a San Giorgio, posta sulla riva del mare. Santa Marta si trova facilmente, entrando nei carobi dalla porta fortificata di Piazza Mottino, originariamente munita di ponte levatoio.

Essendo oggi Santa Marta un fondo di pescatori, di proprietà privata, non è stato possibile studiarne l’interno, ma il portale mostra una trabeazione che contiene una immagine della Rete di Indra, inserita nel sudario che cinge la parte alta del legno della croce.

Si ritiene che questa simbologia, legata al Buddismo (India, sec. V a.C.), sia qui stata portata dai Templari, che avevano raggiunto perfino la grande città carovaniera di Petra (Giordania). Analoga simbologia si rinviene ad Albenga, Prato, Sovana, Volterra. Si noti che a Petra vi è anche la pianta del mais giovane, che si ritrova nel cippo di Volastra (Cinque Terre).

Il Canonico Gio Batta Gonetta alla pagina 118 del suo libro, uscito postumo col titolo “Saggio istorico descrittivo della diocesi di Luni-Sarzana”, scrive: “Forse dal quinto secolo in poi, prima chiesa di Lerici, S. Marta sotto il di lei antico poggio, in riva al mare, ove quindi, in riguardevole
accrescimento del paese, i Pisani costruivano Borgo Nuovo”. È da ritenersi che questa tradizione sia riferita al portale che si rinviene nel Borgo Pisano, nel “carobio de fondo” poi divenuto via Ambrogio Giacopello (il patriota lericino morto esiliato a Marsiglia) portale che ha subito una damnatio memoriae forse in epoca napoleonica.Non è credibile l’ipotesi del Gonetta di una chiesa titolata alla Santa già nel V secolo, perché tracce del culto di Santa Marta in Provenza si hanno a partire dall’813 – 814.

Pare che la chiesa di Santa Marta sia stata distrutta dai Saraceni nel 1152, ma non si hanno prove documentali.

CASTELLO DI SAN TERENZO

Costruito attorno ad una torre di guardia del XII secolo il castello di San Terenzo ha una caratteristica che inorgoglisce i santerenzini: è stato edificato dagli abitanti del paese. Ad attestarlo è un documento del 29 luglio del 1588 firmato dal podestà Gregorio Cadamartori incaricato dalla Repubblica di Genova di censire le fortificazioni del golfo spezzino. Proprio perché costruito in economia e in epoche diverse, la fortificazione manca di un progetto d’insieme ed è una combinazione di stili architettonici. Attorno alla torre quadrata che ne rappresenta la parte più antica è stata realizzata una prima cinta di mura databile tra il XIV e il XV secolo alla quale, nel Cinquecento, è stata aggiunta la seconda più esterna che è stata poi ulteriormente rafforzata da lavori eseguiti dalla Repubblica di Genova quando la fortificazione santerenzina venne armata di cannoni e inserita nel sistema difensivo del golfo.

Risale al 1605 il progetto con cui la Repubblica di Genova ha rinforzato l’intero sistema difensivo del Golfo, con la costruzione di nuove fortificazioni e l’adeguamento delle esistenti. Da allora, al piccolo castello di San Terenzo, con la sua torre alta circa 10 metri, posta a quasi 40 metri sul livello del mare, è stato affidato il compito di difendere il settore nord della baia, in aiuto del vicino e più imponente castello di Lerici.

Pur avendo origine ben diversa rispetto a quest’ultimo, il castello di San Terenzo, contribuisce a rendere il Golfo di Lerici unico nel suo genere: una baia racchiusa da due manieri, uniti, oggi, da una piacevole passeggiata di circa 2 km, ma divisi, in passato, da insenature, spiagge e promontori.

All’inizio del secolo scorso il castello di San Terenzo è stato trasformato in stazione fotoelettrica, presidiata da personale militare, successivamente in una caserma ed occupato, durante la Seconda Guerra Mondiale, dalle truppe tedesche.

Il castello di San Terenzo è aperto nei seguenti giorni:
8-9-22-23-24-29-30 Dicembre
5-6 Gennaio
Orario: 10.30-13:00 e 14:30-17:00
Ingresso: €2,00 intero €1,00 ridotto residenti
E’ possibile prenotare visite guidate per gruppi.
Per maggiori informazioni: info@castellodisanterenzo.it – tel. 0187/622080

VILLA MAGNI: SEC. XVI

Proprietà della famiglia Magni, nella primavera del 1822 la villa venne affittata dal poeta Percy Bisshe Shelley che vi soggiornò assieme alla moglie Mary sino al tragico naufragio nel quale morì. Da quel dramma e dalle frequentazioni di quell’altro grande poeta romantico inglese che fu George Byron nacque il mito del golfo dei Poeti. Le prime notizie sull’immobile risalgono al XVI secolo e la tradizione vuole che sia stata costruita per ospitare un convento. Dopo la tragica scomparsa di Shelley la villa divenne proprietà’ dei marchesi Ollandini e dopo una serie di vendite è oggi proprietà privata. Sulla facciata è visibile, sin dal 1907, una lapide con una scritta del poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi.

La villa, in passato, era isolata rispetto al borgo di San Terenzo: a monte era circondata da un folto bosco, mentre il portico era a picco sul mare. La strada carrabile che oggi percorriamo fu costruita soltanto nella seconda metà dell’Ottocento: gli Shelley scelsero la dimora proprio per questo, per il suo fascino selvaggio, per essere più “nave” che casa.

Mary Godwin Shelley, che – ricordiamo – è la geniale autrice di Frankenstein, scriveva in proposito: “La nostra casa, Villa Magni, era vicina a questo villaggio (San Terenzo); il mare si spingeva sino alla porta, una scoscesa collina la proteggeva da dietro.” La collina è quella di Marigola: appartenendo alla stessa proprietà, all’epoca Casa Magni era collegata a Villa Marigola da ombrosi e piacevoli sentieri collinari. Scrive ancora Mary: “… il bosco era più di gusto inglese di quanto abbia mai visto in Italia: c’erano noci, lecci molto belli che intrecciavano il loro oscuro e compatto fogliame formando macchie che riappaiono alla memoria…” . Il bosco descritto è quello che, ancora oggi, si può ammirare intorno a Villa Marigola e che, degradando dolcemente verso la costa, avvolge tuttora, almeno il parte, Casa Magni.

CHIESA DI SANTA MARIA ASSUNTA

La struttura architettonica attuale risale al 1619 ma la chiesa venne edificata su di un luogo di culto più antico risalente al XIII secolo. La pianta è a croce latina con due cappelle laterali. Quella di sinistra è dedicata a Nostra Signora dell’Arena e contiene un quadro della Vergine che la leggenda vuole sia stato ritrovato in mare, alla fine del XV secolo, ed è ancora oggi veneratissimo dai santerenzini.

Secondo la tradizione l’opera sarebbe stata rinvenuta nell’odierna spiaggia del Colombo, una vota detta di Santa Caterina; in realtà pare si tratti della porzione di un polittico commissionato nel 1492, del quale il dipinto della Madonna doveva occupare lo scomparto centrale.

Sugli altari della navata centrale si possono ammirare quadri dei pittori Paolo Gerolamo Piola e Giovanni Battista Carlone, mentre alla destra dell’altare maggiore è collocata una pregevole scultura di Domenico Gar (1528). Il bassorilievo marmoreo rappresenta i santi Fabiano, Rocco e Sebastiano, protettori contro le pestilenze: probabilmente fu commissionato in seguito alle tragiche epidemie che colpirono la zona nei primi anni del XVI secolo. Secondo alcune fonti, ai tre santi era dedicata anche una piccola cappella, oggi scomparsa, ubicata fuori dal centro di San Terenzo, sulla collina di Marigola: a questa cappella fa riferimento Monsignor Peruzzi, nella visita apostolica del 1584.

In tale occasione il nunzio apostolico visitò anche la chiesa di Santa Maria e la indicò come “giustamente detta essere dominio degli uomini di detto paese”. Il senso di questa frase è presto spiegato: gli abitanti di San Terenzo provvedevano, attraverso l’autotassazione dei capifamiglia, al sostentamento del clero, in cambio del diritto di scegliere il proprio sacerdote. Questo diritto è stato esercitato fino alla prima metà del Novecento, periodo cui risale l’orologio del campanile.

La chiesa di Santa Maria è stata infine ristrutturata nel 1975.

 

LA SERENELLA. SEC. XIX (via del Campo)

La Serenella fu per 37 anni il buen retiro di Paolo Mantegazza. Medico, patriota, politico, scrittore e soprattutto divulgatore di norme igieniche, Mantegazza, che è sepolto nel cimitero locale, vi abitò dal 1873 sino alla morte nel 1910. Docente universitario a Pavia e darwiniano della prima ora, Mantegazza creò a Firenze la prima cattedra di antropologia e ne diventò professore ordinario. Nel 1905 fu tra i primi ad essere insignito della cittadinanza onoraria del Comune di Lerici che gli intitolò anche una strada.

Famoso il discorso che il commediografo Sem Benelli, che all’epoca soggiornava nella tenuta di Villa Marigola, tenne al suo funerale: ad esso si fa risalire l’origine letteraria dell’appellativo che ha reso famoso il nostro Golfo nel mondo, il cosiddetto “Golfo dei Poeti”.

“Beato te, o Poeta della scienza, che riposi in pace nel Golfo dei Poeti. Beati voi, abitatori di questo Golfo, che avete trovato un uomo che accoglierà degnamente le ombre dei grandi visitatori….”

Ancora più suggestive le parole con cui Mantegazza stesso ha descritto la Baia: “ San Terenzo è un nido nascosto fra due oceani azzurri, quello del cielo e quello del mare; nessun bagno vi è più poetico, più fresco, più adamantino; è come tuffarsi nello zaffiro liquido. L’aria non vi è mai troppo calda d’estate, né mai fredda nell’inverno; è un alternar sempiterno di freschi tepori e tiepide frescure che incanta, che solletica, che innamora”.

TORRE DI AVVISTAMENTO: SEC XII

A dare il nome alla via è l’antica torre di avvistamento a forma quadrata che si riesce a intravvedere ancora sulla sinistra in fondo al primo tratto della strada pedonale che quasi certamente costituisce la parte più antica del centro storico. Attorno ad una analoga torre di avvistamento è sorto il castello nel promontorio che chiude, a ponente, la baia del borgo.

Il castello, oggi, è la costruzione che ha mantenuto più intatto l’aspetto originario, perlomeno quello risalente al Seicento, ma l’area riferita al borgo medievale è stata individuata nell’intera zona adiacente al maniero, fino ad inglobare, appunto, Via Trogu e Via tra la Torre. E’ possibile che esistessero anche altri torrioni, affiancati, come a Lerici e a Tellaro, da tipiche “case torri”.

Oggi San Terenzo si estende fino oltre Villa Magni, resa famosa dalla permanenza dei coniugi Percy e Mary Shelley nel 1922, mentre in passato l’attuale chiesa di santa Maria costituiva il limite estremo dell’antico abitato. La strada costiera non esisteva, fino alla seconda metà dell’Ottocento, e San Terenzo era un dedalo intricato di stradine, fra case alte e strette, a picco sulla scogliera.

Un piccolo torrente, chiamato Portiolo (o Portiola), identificato con il canale che tuttora scorre sotto Via XX Settembre, attraversava il borgo.

Purtroppo la tragedia dello scoppio del forte di Falconara (28 settembre 1922), oltre ad aver provocato centinaia di morti, feriti e senzatetto, ha danneggiato irrimediabilmente quanto restava degli edifici più antichi.

 

LA CHIESA DI SAN GIORGIO MARTIRE

La chiesa di San Giorgio, lambita dal mare, fu edificata nelle sue parti essenziali fra il 1564 e il 1584 utilizzando le fondamenta e i resti del trecentesco castello San Giorgio, costruito dai genovesi dopo la battaglia della Meloria (1284), con cui la Superba affermò il suo predominio marittimo sul Tirreno a scapito di Pisa.

Per molti anni la chiesa assolse anche la funzione di fortificazione, essendo integrata nel sistema difensivo del borgo. Subito dopo la consacrazione avvenuta il 1 maggio 1584, per opera del visitatore apostolico Mons. Angelo Peruzzi, una delle torri del complesso fortificato genovese fu adattata a campanile.

Nel 1618 l’edificio venne ampliato con la costruzione della sacrestia, delle arcate che dividono la navata e la volta ed infine, nel 1717, si provvide a realizzare un nuovo coro in legno intarsiato che sarà demolito dopo il 1965. La struttura a pianta rettangolare presenta un’abside semicircolare molto sporgente, una torre circolare su cui s’innalza il campanile, a sezione quadrata con quattro aperture voltate a botte, che ospitano tre campane datate nel 1812, sugli angoli della parte quadra, emergono quattro pinnacoli.

La parte superiore a sezione ottagonale alterna un lato cieco ad una volta aperta che regge la copertura, dove poggia una artistica croce in ferro battuto. La facciata principale, di semplice fattura, presenta una zoccolatura in ardesia, quattro lesene, due cornicioni modanati, due tronchi di piramide laterali esterni e un timpano. Il tutto verte prevalentemente sul contrasto cromatico fra il rosa sbiadito e il bianco degli elementi decorativi.

Il portale in marmo bianco di Carrara, della fine del 1500, è abbellito da due volute con cornucopie e da un bassorilievo marmoreo rappresentante il Santo cavaliere Giorgio, che ha sconfitto il drago, a cui è dedicata anche la parrocchia. Il portone in legno, invece, risale al 1600. L’interno è a tre navate separate da due massicce colonne ottagonali, in pietra nera locale, che sostengono la volta centrale a botte e quelle laterali a crociera. Il pavimento, al di sotto del quale sono conservati i resti mortali di un vescovo autoctono e dei tellaresi lì sepolti fino al 15 agosto 1810, è in marmo bianco e grigio losangato, nel sancta sanctorum e a lastre quadrate nelle navate. La cantoria, costruita agli inizi del 1843, ospita, dal 1846, un organo realizzato da Nicomede Agati di Pistoia con cassa lignea addossata alla controfacciata e mantice a lanterna azionato a manovella.

La parte in legno della balconata è dipinta con putti, corone, palme e serti floreali. Sulle due colonne d’ingresso sono visibili i medaglioni in bronzo applicati nel 1901 fanno memoria del giubileo indetto da Leone XIII in occasione dell’anno santo del 1900. Partendo da destra incontriamo una cinquecentesca acquasantiera sovrastata da una lapide dedicata al sacerdote Don Spallarossa che si adoperò per dotare la chiesa dell’organo per accompagnare i canti nelle sacre funzioni. Proseguendo in senso antiorario troviamo quattordici formelle, in terracotta, di una via crucis, donata nel 1989, plasmata dal ceramista prof. Lavolino di Torre del Greco su disegno e direzione dell’arch. Gianni Marzocca di Roma, una pala marmorea del 1600 raffigurante i Santi Sebastiano e Rocco e Madonna con Bambino.

La pala fu voluta dal “popolo di Tellaro” per essere stato preservato dalla peste. La sottostante lastra di marmo rosso (fissata al muro) con al centro una croce policroma su sfondo bianco è ciò che resta dell’altare maggiore barocco demolito nel 1965. Infondo alla navata di destra si trova l’altare, ricostruito nel 1677 (come ci ricorda l’epitaffio scritto in latino), dedicato all’Immacolata Concezione anch’esso con lastra in portoro con al centro una croce policroma e, sopra il tabernacolo, la statua in marmo di Santa Monica, madre di Sant’Agostino d’Ippona, con la copia della Madonna della Consolazione la cui icona risale al XIV secolo ed è custodita nella Chiesa Stella Maris.

Attraversata una balaustra entriamo nel “sacrarium” sorvegliato da due angeli in gesso del 1800. La mensa, sorretta da due volute adorne di frutta e da due colonnine stile impero, è sovrastata da un baldacchino in legno rosso, blu e bordature in oro del 1700. Il ciborio, con la porticina in bronzo argentato realizzata nel 1930 dalla ditta Nosso Giovanni di Torino, e la statua in marmo di San Giorgio, dono della famiglia Marzorati di Milano, è ciò che resta della struttura e degli arredi sacri che facevano parte del presbiterio in stile barocco demolito nel 1965 per adeguare la funzionalità della chiesa alle disposizioni liturgiche impartite dal Concilio Vaticano II.

Due porte, entrambe a due ante, in legno del 1600 ci consentono d’entrare, a sinistra, nella sacrestia, dove si trova un antico lavabo in marmo del 1618, a destra, in una stanzetta terranea del campanile, all’interno della quale una bella porta grigia a due ante (ognuna delle quali porta, in rilievo, una corona e due rami di palma intrecciati) dietro la quale si trova uno spazioso armadio a muro. Il bell’altare dedicato alla Madonna del Rosario, è arricchito con formelle e una statua antica in marmo della Madonna della Misericordia (dono, nel 2002, della famiglia Melzi). Un confessionale in legno del 1700 e una colonna in marmo (ciò che resta del pulpito seicentesco addossato, fino al 1965, alla colonna ottagonale di destra) concludono la visita a questo complesso monumentale, che testimonia la fede e il cammino della nostra comunità nel corso dei secoli.

LA FAVOLA DEL POLPO

La leggenda a cui fa riferimento la lapide marmorea, posta a lato della chiesa, è nata come conseguenza dei molteplici tentativi d’incursione portati dai pirati nei secoli passati, ma sempre respinti dalla coriacea resistenza e dalla capacità di difesa dei Tellaresi.

Al di là della tradizione orale che ci ha tramandato questa leggenda (non l’unica!), molti sono stati gli artisti e i letterati che l’hanno narrata attraverso la pittura e la scrittura (uno fra tutti Mario Soldati).

Noi ve la proponiamo con le semplici e ammirate parole usate da D.H. Lawrence, quando in una sua lettera inviata a W. E. Hopkin datata Fiascherino 18 dicembre 1913, così scriveva: “… Il nostro villaggio è Tellaro. Sale a picco dagli scogli del mare, un nido di pirati, poco più di 200 anime. La chiesa si erge sull’acqua. Una leggenda racconta che una volta, di notte, la campana della chiesa cominciò a suonare senza smettere. Gli abitanti si svegliarono spaventati, mentre la campana continuava a suonare misteriosamente. Poi si scoprì che la corda della campana era caduta sul bordo della scogliera, tra le rocce, un grosso polpo era riuscito a prendere la cima e tirarla, il che è possibile. Gli uomini vanno a pesca di polpi con un’esca bianca e una lunga fiocina. Ne prendono di grandi, a volte di tre chili o tre chili e mezzo di peso. Non ho mai visto niente di così diabolicamente brutto, ma sono buoni da mangiare”.

SOTTO-RIA

Una settecentesca cancellata in ferro battuto di ottima fattura, apre alla galleria di soto-ria (sotto-ripa). Lunga circa 70 mt. larga 2,20, ci presenta un pavimento a motivi geometrici realizzato con ciottoli d’arenile di varia forma, grandezza e colore, e la volta a botte del soffitto alta mt. 2,95.

La galleria di “sotto-ria” è ciò che resta della cortina coperta, che i residenti costruirono intorno al 1300, sulla quale poggiano le sovrastanti abitazioni che costituiscono la “palazzata” fronte mare. Costruita a difesa del borgo per far fronte alle continue incursioni dei saraceni, dei catalani e dei predoni locali che, fino al XIX secolo, hanno infestato il nostro mare, soto-ria era inserita nel cammino di ronda che collegava una torre quadrata (demolita dopo l’ultimo conflitto mondiale), il torrione circolare di San Giorgio (ubicato “en zimo ar foso” – in cima al fosso – ) e l’oratorio di Santa Maria Assunta.

Dai grandi finestroni (ne sono rimasti visibili diciassette di varie dimensioni), era possibile controllare e contrastare l’assalto dei corsari con l’utilizzo di tutti i mezzi offensivi dell’epoca, compreso un deterrente efficace e persuasivo come l’olio bollente (di cui i tellaresi avevano grande disponibilità) che veniva posto sul fuoco dalle donne, dopo aver preventivamente mandato i figli e gli inabili a rifugiarsi in luoghi sicuri sulla collina sovrastante il paese.

Tellaro non voglio, che brucian con l’olio” era l’aforisma tramandato dagli abitanti di Portovenere in relazione all’arma impropria, maggiormente temuta, utilizzata dai difensori tellaresi.

LE VASCHE

Alimentate, tramite il vicino canale, dall’acqua sorgiva di “capoàigua” (capo-acqua) le vasche, nel corso dei secoli, hanno sempre svolto un importante ruolo di socializzazione all’interno della comunità.

Poiché le case, fino al 1950, non erano servite da impianti idrici, era il luogo dove le donne, di ogni età e lignaggio, s’incontravano, quotidianamente, per lavare i panni o per fare il bucato (nei vasi grossi di terracotta riempiti d’acqua bollente, sapone fatto in casa e cenere, per rendere più bianche le lenzuola) e, in tempo di tosatura delle greggi, per il lavaggio della lana. I panni e la lana venivano quindi posti ad asciugare al sole stesi sugli scogli “de l’isoèla” (primo gruppo di case ad essere state costruite fuori dell’antico perimetro fortificato – isolate -). Realizzato, prima ancora che gli abitanti di Barbazzano si trasferissero a Tellaro, il lavatoio pubblico, venne costruito utilizzando due incavi naturali foderati con malta e sassi, delimitati e chiusi da un muretto alto 50 cm sopra il quale posa la lastra di marmo lunga mt. 8,50 e larga cm 55, utilizzata per il lavaggio.

L’acqua raccolta dal canale, scorreva da una vasca all’altra per poi concludere la sua corsa in mare. Il lavatoio fino agli anni del 1980 era ricoperto con una tettoia in muratura.

A fianco di questa struttura, oltre lo sbocco “der Canae da Liza” (abbastanza profondo con le sponde in nuda roccia), era sistemata anche la fontana rifornita, tramite acquedotto realizzato con coppi di terracotta, sempre dalla sorgente di capoàigua, dove le donne tutti i giorni attingevano l’acqua da portare alle proprie abitazioni utilizzando i “ lavézi” (grossi paioli di rame) o in orci di terracotta che venivano posti in testa, sopra “er guarco”(*) (cercine: panno di stoffa arrotolato), senza essere trattenuti con le mani tanta era l’abilità e la sicurezza con cui le nostre antenate sapevano trasportare pesanti carichi.  Il luogo era assai importante in quanto centro vitale di attività e di aggregazione sociale sopratutto femminile. Un modo per alleggerire vite spesso tribolate. Qui che le giovinette, arrossendo, esternavano, in modo sommesso, il loro nobile ed eterno sentimento dell’amore, mentre le massaie commentavano, con intrigante circospezione, i fatti boccacceschi e gli avvenimenti che succedevano nel chiuso ambito del borgo.

(*)Il guarco incuriosì anche D.H.Lawrence il quale in una lettera ad un amico scrisse:<<Le donne portano un fagotto di stoffa sulla testa, pensano che ciò serva ad alleviargli il peso, ma è una bugia>>

CHIESA - ORATORIO DI SANTA MARIA

La Chiesa -Oratorio di Santa Maria fu il primo centro di culto in Tellaro. Di questa chiesa esistono notizie certe che si rifanno al 1552, naturalmente la chiesa doveva essere molto più antica. Il borgo si sviluppò verso il 1350 e non é pensabile che per ogni atto di culto dovessero andare a Barbazzano. Probabilmente questo luogo, assieme alla chiesa di San Giorgio, era l’Oratorio della Confraternita dei Battuti di Santa Maria, che, di proprietà del senato genovese, fu donato alla Confraternita nel 1630.

L’Oratorio e la piazzetta di fronte ospitano numerose mostre ed estemporanee di pittura ed eventi culturali, come la rassegna letteraria chiamata Libri in Selàa.

PIAZZA DELLA MARINA

E’ l’attuale piazza IV Novembre.

Assieme alla piazzetta di Selàa (aia comune), è sempre stata il luogo di aggregazione e di svago per la popolazione, di riunioni in occasione di ricorrenze civili o religiose e, non ultimo, di ricovero delle imbarcazioni come le “scafèle” (barche comuni a remi a fondo piatto adatte al trasporto di persone o cose). E’ qui che, ogni anno, si svolgeva a “fiea de san Zorzo” (fiera di San Giorgio) che durava due giorni.

Dal primo documento datato 1640 apprendiamo come la Confraternita, che provvedeva all’alloggio dei mercanti ed alla custodia della merce, incassò, in quell’anno, 78 soldi. Poiché la quota era di tre soldi al dì per ogni “banco” dei mercanti, provenienti dall’Alta Lunigiana, se ne deduce che, furono tredici i “banchi” allestiti per la vendita (tramite baratto con l’olio locale) di stoviglie di legno da cucina, ferramenti, cesti e panieri, attrezzi da lavoro stoffe di canapa di scarso pregio e di mezza lana tessuta artigianalmente. Per la felicità dei bambini, non mancavano le bancarelle dei dolci, e i giochi, che duravano dalla mattina alla sera, “a roba daa fiéa la dua daa matina aa sea”. Le “besighe”, i famosi palloncini di gomma gonfiabili, che rendevano allegro e festante l’ambiente grazie alla loro varietà di colori.

Uno dei banchi più visitati era la “biancolina”, una sorta di ruota della fortuna, dove, a ogni giro, una sola persona risultava baciata dalla fortuna. Altro momento fondamentale per la vita dei tellaresi, era certamente la festa di Sant’Antonio Abate (17 gennaio) quando tutti gli animali (645 pecore riluttanti e spaventate, 4 asini, 7 mule, 40 maiali – dati del censimento del 1873 – assieme agli animali domestici e da cortile) venivano spinti o portati dai loro proprietari alla Marina per essere benedetti. A maggio prima della tosatura le greggi venivano condotte alla marina o alla spiaggia di Fiascherino per essere lavate, una ad una le pecore venivano spinte, a forza, in mare, immerse fino al collo e qualche volta sgrassate con la cenere.

Lungo tutto il muretto di protezione della piazza della marina, che si affaccia sullo scalo, si sviluppa un seggiolino in muratura, coperto da una lastra di marmo, in cui i giovani e gli anziani, nei rari momenti di svago, giocavano a carte nel corso delle belle e calde giornate primaverili ed estive.

Dalla piazzetta, sulla quale confluiscono le attuali tre vie (San Giorgio, Gramsci e Pelosini), la vista spazia sui bellissimi scorci panoramici del Golfo dei Poeti, a partire dal Tinetto fino alla scogliera di Trigliano, sullo scalo marittimo del paese, sul lavatoio ricavato nella roccia, sul piccolo edificio un tempo dedicato a S. Rocco, sui finestroni di Sottoria“, e sulla caratteristica configurazione urbanistica del gruppo di case ubicate fuori della cinta muraria, risalenti al 1700, che si sviluppano in altezza, abbellite da archivolti, scale, loggiati, ballatoi e pregevoli maestà marmoree. Una meridiana, apposta sulla casa ottocentesca della famiglia Remedi (nobili locali), impreziosita da un cartiglio dipinto in cui spiccano due versi “m’illumino d’immenso”, tratti dalla poesia Mattina, che Ungaretti scrisse su cartolina postale il 26 gennaio 1917 da Santa Maria la Longa all’amico Papini, aiuta il visitatore ad avere sempre la cognizione del tempo (sole permettendo).